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La nascita della comunità cinese di Milano raccontata in un fumetto senza precedenti

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Giovedì 8 ottobre alle 18.30 alla libreria Incrocio Quarenghi a Bergamo, verrà presentato il libro a fumetti “Primavere e Autunni” (editrice Becco Giallo) di Ciaj Rocchi e Matteo Demonte.

Giovedì 8 ottobre alle 18.30 alla libreria Incrocio Quarenghi (via Quarenghi, 32) a Bergamo, verrà presentato il libro a fumetti “Primavere e Autunni” (editrice Becco Giallo) di Ciaj Rocchi e Matteo Demonte.

Siamo nel 1931. Wu Li Shan è un giovane venditore ambulante. Viaggia per necessità, ma anche perché ama scoprire il mondo.

E’ partito da Hong Kong verso l’Europa per sfuggire al caos istituzionale che ha travolto la Cina dopo il crollo della Repubblica Nazionalista, senza sapere cosa avrebbe trovato, e alla fine ha scoperto Amsterdam, Parigi, e si è innamorato ogni volta.

Ma nessuna città è come Milano: quel dialetto un po’ strano e quelle maniere che lui cerca di imitare, le strade chiassose che lo fanno sentire a casa, l’italiano in cui si cimenta per vendere le sue “clavatte da due lile”; per lui è tutto nuovo e diverso in questa fiorente città che ha l’aspetto di una capitale vera e propria.

Il misterioso signor Z., fondatore del primo nucleo storico di cinesi a Milano, gli garantisce vitto, alloggio e lavoro, ma Wu è libero di andare dove vuole. Qualsiasi luogo è facilmente raggiungibile, ed è proprio esplorando che il giovane si rende conto di aver finalmente trovato un posto dove stare e costruire una famiglia.

Di far venire dalla Cina la sposa che suo padre aveva scelto per lui qualche anno prima, proprio non se ne parla. Non sarebbe adatta alla folla esuberante e sempre in movimento di quella città. Wu sente di aver bisogno di un’italiana per ricominciare da zero.

Giulia è una sarta che dopo essersi trasferita a Milano con la sorella Angelina dalla campagna cremonese, trova lavoro come lavandaia. Le due sorelle lavano i panni di chiunque lo richieda nell’acqua marcia della fonte pubblica. È così che Giulia e Wu si incontrano per la prima volta, per non separarsi mai più.

Il giovane immigrato cinese, pur tra mille difficoltà legate all’affermazione definitiva del regime fascista e alle conseguenti restrizioni, riesce infine a costruire la vita che aveva sognato: un matrimonio felice, dei figli, e la sua azienda di cravatte.

Il grande impulso che le imprese di Wu hanno dato alla nascita della comunità cinese di Milano rende la sua storia degna di essere raccontata. A farlo è il nipote Matteo Demonte insieme a sua moglie Ciaj Rocchi, in Primavere e autunni (BeccoGiallo, pp. 160 – a colori, 18 euro. Prefazione del sociologo Paolo Brigadoi Cologna).

Il fumetto, in libreria dal 24 settembre, è un’opera di grande valore, adatta a adulti e ragazzi, che unisce la bellezza della parola scritta alla potenza delle immagini creando qualcosa di unico da cui è difficile non restare colpiti.

È un’occasione per riflettere su come la società attuale sia frutto di cambiamenti all’apparenza poco significativi ma in realtà fondamentali, operati da persone comuni come Wu Li Shan, che spesso restano però nell’anonimato.

Per questo motivo Matteo Demonte riveste un ruolo ancora più importante: pienamente consapevole del fatto che la storia di suo nonno “come le storie dei pionieri, ha contribuito ad aprire la via dell’integrazione cinese nell’Europa contemporanea”, riesce perfettamente nell’intento di renderla universale, insinuando nel lettore la voglia di scoprire e viaggiare dalla prima all’ultima pagina, facendoci capire che il mondo è bello soprattutto perché è vario.

L’autore, studioso di lingua e cultura cinese, in una breve nota alla fine del libro ha voluto ricordare sua nonna, dalla quale ha appreso tutta la storia: “Come aveva fatto lei prima di me, anche io ho cercato di mantenere vivi questi ricordi fissandoli su carta, con un linguaggio semplice, che possa prima di tutto restare per mio figlio, ma non solo. La storia di mio nonno è la storia della nascita della comunità cinese di Milano e di storie come la mia ce ne sono tante, talmente tante che questo libro potrebbe diventare simbolo di una memoria condivisa più ampia, quai una biografia collettiva”.

Sofia Brizio

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