PRIMAVERE E AUTUNNI A BOLOGNA LA PRESENTAZIONE DELLA GRAPHIC NOVEL DI ROCCHI E DEMONTE

Da Bologna Cult

Conosciamo la situazione attuale per quanto riguarda le comunità di cinesi che vivono in Italia, ma della storia di questa immigrazione siamo praticamente all’oscuro. Non sappiamo quando e come è iniziata, quali conseguenze ha portato nella vita dei primi cinesi che hanno deciso di trasferirsi in Italia e qual è stata l’evoluzione della loro storia di immigrati. A far luce su questa parte di storia patria fuori dai contesti per soli studiosi, ci hanno pensato Ciaj Rocchi e Matteo Demonte con Primavere e Autunni, pubblicato da poco per Becco giallo.

I due autori, insieme agli editori, saranno a Bologna per due presentazioni del volume: il 10 ottobre (18.30) al TPO di via Casarini 17/5, mentre l’11 ottobre, sempre alle 18.30, l’incontro sarà presso Modo Infoshop in via Mascarella 24/b.

È più una biografia-autobiografia a fumetti che un graphic novel “Primavere e autunni”. Prima di tutto per ilcarattere ricostruttivo che i testi e disegni offrono della vita di Wu Li Shan, “partito da Qing Tian, un piccolo villaggio tra le montagne della Cina orientale” e giunto in Francia, per poi trasferirsi in Italia nel 1931. Ma non è per l’attenzione a metà via fra cronaca storica e documentario che vogliamo definire (auto)biografico il lavoro dei due autori, videomaker a tempo pieno. Conta soprattutto che i fatti narrati appartengano in buona parte alla memoria di Matteo Demonte – precisamente ai documenti in suo possesso e ai racconti di sua nonna Giulia, moglie del signor Wu. Il personaggio del racconto è il nonno dell’autore (nato nel 1973), conosciuto pochissimo perché morto nel 1979. Demonte è quindi per un quarto cinese, ma non è questo che importa. Importa invece che la sua ascendenza gli sia stata da stimolo per offrire al pubblico dei lettori uno spaccato storico particolare, capace di raccontare un altro Novecento.

Il pregio maggiore di “Primavera e autunni” sta proprio nello spingersi oltre il contesto familiare, che pure rimane il cardine centrale di una ampia epopea, visto che si estende dagli anni Trenta ai Settanta del Novecento. «La storia di mio nonno è la storia delle origini della comunità cinese di Milano» dice Demonte, che nella stesura del volume ha trovato nella compagna Ciaj Rocchi la giusta metà. «Di storie come la mia ce ne sono tante, talmente tante che questo libro potrebbe diventare simbolo di una memoria condivisa più ampia, quasi una biografia collettiva. Certo è un’opera biografica e autobiografica e racconta le vicende di mio nonno e della mia famiglia, ma senza nessun intento celebrativo, è al massimo una micro-epopea del quotidiano. E non si è trattato solamente di dare dignità ai volti e alle gesta di questi cinesi, ma anche di far emergere l’altro protagonista della storia, che è la città di Milano».

È difatti il capoluogo lombardo lo scenario, interpretabile come metafora dell’Italia tutta, entro cui si snoda la storia del signor Wu. Che è anche la storia di una integrazione voluta e riuscita, senza mai dimenticare le proprie origini. Una integrazione passata non solo per le vie del lavoro e dell’imprenditoria, ma anche attraverso una lingua franca quale il dialetto, capace di mettere in comunicazione stretta chi era appena arrivato con chi in quei luoghi aveva i natali.

Infine l’integrazione avviene anche attraverso il matrimonio, tanto normale allora quanto forse inaspettato oggi, del signor Wu con una donna italiana, la signora Giulia, capace di affiancarlo nella vita lavorativa oltre che in quella privata.
«La figura di mia nonna è fondamentale nella vicenda migratoria di mio nonno» precisa Dalmonte, «e non solo per le sue competenze professionali da sartina, ma perché, come tutte le donne che si accompagnarono con questi cinesi della prima ora, hanno portato nelle loro vite un universo di relazioni che altrimenti questi migranti non avrebbero mai potuto avere. Li hanno difesi e li hanno protetti da tantissime situazioni».
In effetti il testo e le immagini di “Primavere e autunni” raccontano che vi era un sostrato di relazioni, che la famiglia mista non era staccata dal contesto sociale cittadino e che non tendeva a isolarsi né a essere isolata.

«Intorno a queste famiglie sino-italiane c’era tutto un mondo: dai vicini di casa, agli amici, persone che giocavano a carte con loro. Un ruolo molto importante l’hanno giocato i preti e la parrocchia. Sono stati molto vicini a queste giovani coppie miste e le hanno aiutate a regolarizzare la loro unione e la loro posizione».

Cosa che oggi pare non avvenire se non, forse, per le cosiddette seconde o terze generazioni. «Ma la storia di mio nonno va contestualizzata» precisa Demonte. «Se c’è una fase dell’immigrazione cinese in cui ha senso parlare di comunità unita e solidale, è quella che va dai 50 ai 60. In questo periodo i cinesi sono poche centinaia e il fulcro della comunità è costituito da un gruppo di famiglie unite sia dall’omogeneità geodialettale (erano ancora tutti qingtianesi), sia dalla fiera consapevolezza di aver saputo resistere, tutti insieme, a tempi difficili (il fascismo, la guerra, la ricostruzione…) e di vedere prosperare i loro nuclei famigliari e le loro imprese proprio grazie alla capacità di far riferimento gli uni agli altri».

Un altro universo, rispetto alla Milano che abbiamo sotto gli occhi ogni giorno, fortemente frastagliata nel suo internazionalismo sociale e culturale con cui non sembra riuscire a instaurare un vero dialogo come accadeva nel Novecento.
Per Demonte «si deve tener conto che nel 1985 i cinesi in Italia erano 1500, oggi sono 250.000. Con dei numeri del genere non ha più senso parlare di comunità, anche se i commercianti cinesi fanno ancora riferimento a quella vecchia associazione fondata dai primi pionieri negli anni 30. Di certo il quartiere di via Paolo Sarpi è fortemente connotato etnicamente, ma ormai la presenza cinese a Milano è diffusa e il nostro barista, il parrucchiere, l’edicola, la pizzeria e persino il supermercato sono diventati cinesi. Ma come è iniziato tutto questo? Ecco, il fumetto risponde soprattutto a questa semplice domanda».

Sinceramente, crediamo che “Primavere e autunni” si spinga più in là. Che raccontando di una integrazione felice, di un riuscito “per aspera ad astra”, fatto di impegno singolo come pure di mutuo soccorso fra chi arriva e chi risiede, fra straniero e autoctono, ci stia dicendo come si possa ancora oggi creare una nuova nazione e una sua nuova identità sociale. «Affinché ci sia una vera integrazione, è importante che ci siano testimonianze di questo tipo» dice infatti Demonte. «Perché abbiamo bisogno di conoscerle e vederle queste storie, abbiamo bisogno di capire che parlare di cinesi in Italia non significa parlare di stranieri, ma significa parlare di cose di casa nostra».

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...