“Primavere e Autunni”: i pionieri cinesi che aprirono Milano al mondo

Da ArtSpecialDay

Primavere e Autunni 1Integrazione e flussi migratori sono argomenti all’ordine del giorno nei nostri giornali, telegiornali, talk show. Ne parliamo come se si trattasse di una situazione nuova, con cui non abbiamo mai avuto a che fare, spesso indicando gli stranieri come un peso, una calamità che dobbiamo affrontare e sopportare. Ma Matteo Delmonte e Ciaj Rocchi ci offrono un modo diverso di guardare questa realtà, andando a scavare anche nei primi flussi migratori che aprirono la strada per rendere l’Italia un paese cosmopolita. In che modo? Attraverso la graphic novel Primavere e autunni, storia di un giovane cinese che, nel 1931, si trasferisce a Milano per cercare fortuna.

Via Paolo Sarpi, insieme ai suoi dintorni, rappresenta la Chinatown milanese, è risaputo. Quando Wu Li Shan, il nostro protagonista, vi si trasferisce, si chiama ancora Burg di Scigulatt (letteralmente: quartiere dei cipollai), cioè l’antica zona in cui si trovavano i verdurai. In questo incrocio di vie Wu comincia la sua nuova vita, il suo percorso di integrazione, che parte, ovviamente, dal problema della lingua: nessuno a Milano, a parte gli altri immigrati, parla cinese. Siamo però nel 1931, nessuno a Milano, almeno nei quartieri popolari, parla nemmeno italiano. Wu impara così il dialetto milanese, mantenendolo come sua unica lingua, suo unico italiano. A quei tempi gli immigrati provenienti dalla Cina diventavano soprattutto venditori ambulanti di cravatte (costo: “due lile”), e questo è il successivo passo di Wu, che parte da questa situazione per poi costruire un proprio laboratorio di lavorazione del cuoio, diversificando la sua produzione. L’ultimo tassello mancante in questa nuova vita è una famiglia, che Wu trova in Giulia Bazzini, sarta proveniente da Cremona, che diventerà sua sposa e compagna per la vita. Un matrimonio oggi normale, ma decisamente anomalo per i tempi. La narrazione della vita di questa strana coppia parte da queste basi, quindi, per poi continuare per quarant’anni, arrivando a toccare anche gli anni ’70.
In questo viaggio, ci si accorge che il protagonista non è solo Wu, ma anche tutta la città di Milano, i suoi cambiamenti storici e sociali, affrontati negli anni della guerra, del boom economico, delle grandi lotte per i diritti. E ancora il protagonista diventa anche un’Italia in corsa, che si deve relazione con le rivoluzioni che avvengono in America, Cina, Asia, che scopre un nuovo modo di vivere, lascia da parte il proprio mondo rurale e abbraccia il nuovo secolo, con la sua televisione, la lavatrice, le automobili. Infine, Wu Li Shan diventa simbolo, micro-storia di una macro-storia condivisa da tutta la comunità cinese, la cui presenza ora ci sembra così ovvia ma di cui mai ci chiediamo come si sia originata.

Primavere e Autunni 3Il sottotitolo di Primavere e Autunni dice “una storia autobiografica”. Questo perché Wu Li Shan è il nonno dell’autore Matteo Delmonte, unico componente cinese di una famiglia del tutto italiana. Le vicende sono basate sui racconti tramandati dalla nonna Giulia, che illumina questo cammino di integrazione, prova della preziosità degli immigrati, del loro contributo positivo dato a questo paese (e troppo spesso dimenticato). Wu Li Shan diventerà, infatti, un imprenditore di successo, dando lavoro ad altri italiani ma soprattutto riuscirà a diventare veramente italiano senza dimenticare le proprie radici cinesi, anche se dovrà scendere a compromessi. L’uomo è così simbolo di una convivenza possibile, della stupidità nel volere creare barriere che dividano le culture, sottolineando anche l’importanza della creazione di legami tra le persone, fondamentale per la nascita di una comunità, di un senso di appartenenza in un nuovo paese.

Primavera indica un nuovo inizio, ma questo titolo va anche a ricollegarsi all’omonima opera storiografica attribuita a Confucio e considerata uno dei cinque classici della letteratura cinese antica. Come già accennato, quindi, fin da subito la narrazione ci fa capire che si tratta di una storia di uno che è però, in realtà, una storia di molti. Un documentario sotto forma di fumetto, dove la narrazione lascia spesso spazio al racconto generazionale ed etnico, mettendo da parte il tratto personale.

Affinché ci sia una vera integrazione, è importante che ci siano testimonianze di questo tipo. Perché abbiamo bisogno di conoscerle e vederle queste storie, abbiamo bisogno di capire che parlare di cinesi in Italia non significa parlare di stranieri, ma significa parlare di cose di casa nostra.

Parola dell’autore.

Eleonora Rustici per MIfacciodiCultura

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