L’onda di P&A arriva lontano!

Di Elena Viale per Vice Italia

Il vero racconto della Chinatown di Milano e di uno dei suoi primi abitanti

Abbiamo parlato con gli autori di “Primavere e autunni”, graphic novel italiana ora edita anche in Cina che racconta il viaggio dei primi migranti cinesi a Milano.

La Chinatown “di via Paolo Sarpi” è nella mitografia di Milano spesso semplicemente un quartiere che come molti altri vive dell’impennata dei prezzi degli immobili, della riqualificazione urbana galoppante e dei suoi riferimenti più noti—la ravioleria, il karaoke, Johnny Fix. Esiste come un grosso dato di fatto pedonale nel tessuto urbano di Milano, ma in pochi sanno o si sono chiesti come sia nata, come sia successo che proprio in quel fazzoletto di urbe che un tempo si chiamava quartiere di Porta Volta si sia insediata una delle comunità cinesi più antiche d’Europa.

Nel 2015 hanno raccontato per la prima volta al di fuori dei circuiti accademici la genesi della Chinatown milanese Ciaj Rocchi e Matteo Demonte, rispettivamente autrice e illustratore della graphic novel Primavere e autunni, edita da Becco Giallo. Il filo conduttore della storia è il nonno di Matteo Demonte, Wu Li Shan, che nel 1931 raggiunge Milano e con la donna italiana che sposa partecipa alla crescita e al fiorire della comunità e della prima imprenditoria cinese in Italia.

Ora Primavere e autunni esce anche in Cina per i tipi della casa editrice Dang Dang, un segnale anche di una nuova apertura delle istituzioni politiche e culturali del paese nei confronti di quei “cinesi d’oltremare” che non rappresentano più dei “traditori”, ma incarnazioni del “sogno cinese”.

Ho chiamato Ciaj e Matteo per parlare di quel pezzo di storia che Italia e Cina condividono e di cui nessuna delle due parti ha mai parlato molto, finora.

La copertina dell’edizione cinese. Tutte le immagini per gentile concessione degli autori.

VICE: Per prima cosa: perché avete deciso di raccontare la storia di Wu Li Shan, e attraverso la sua una storia più generale, quella della prima migrazione cinese in Italia?

Matteo Demonte: Io ho un background da orientalista, e come illustratore sono autodidatta. Quello che volevamo fare era dare uno sfondo storico alla vicenda dell’immigrazione cinese, al di là del circolo degli accademici e dei ricercatori. Quella cinese è la ethnic minority più antica d’Italia, e ci interessava dimostrare che se oggi è così diffusa nel corpo sociale è perché c’è un secolo di storia migratoria alle spalle, una storia di integrazione e di assimilazione nella nostra società, soprattutto metropolitana.

Ciaj Rocchi: Per me il primo referente era mio figlio. Siamo partiti raccogliendo i ricordi di tutti i membri della famiglia di Matteo, ma subito ci siamo resi conto che i ricordi sono una cosa soggettiva, mutano nel tempo, vengono riscritti, cambiano insieme alle persone. Noi invece volevamo che questa storia assumesse anche la dimensione del racconto storico e arrivasse a un pubblico più vasto. In questa direzione va anche l’altro nostro fumetto Chinamen, un secolo di immigrazione cinese a Milano, per cui abbiamo intervistato dieci famiglie storiche eredi di questo retaggio culturale e abbiamo realizzato anche un omonimodocumentario a disegni animati esposto nella collezione permanente del MUDEC.

Come avete ricostruito la storia del nonno Wu Li Shan?

M.D.: Mio nonno è morto nel 1979. Io sono nato nel 1973 quando lui era già molto malato, e non era certamente un chiacchierone. Invece mia nonna questa vicenda l’ha vissuta davvero in prima persona: questa storia—raccontata, ri-raccontata, edulcorata, mitizzata—l’ho sentita per tutta la mia infanzia e quando sono diventato grande l’ho ricostruita in maniera più critica. Per cui è soprattutto il racconto di mia nonna che io e Ciaj abbiamo messo in scena, è lei la “fonte principale”.

Sicuramente nel racconto di mia nonna tutto era filtrato dalla sua mentalità, dalla sua percezione: ognuno degli amici cinesi di mio nonno aveva un soprannome in dialetto che ne assecondava vizi e virtù. Di mio nonno per esempio diceva sempre: “Era proprio un uomo buono, ma la claire del laboratorio la mattina la tiravo su io, e di sera di nuovo chiudevo io.” Mio nonno giocava a mah-jong, lo chiamavano “il Professore”. È importante però sottolineare che in tutti i laboratori e nei negozi cinesi di quegli anni hanno lavorato solo operaie italiane.

 

I tuoi nonni come si sono conosciuti? Questo matrimonio tra un uomo cinese e una donna italiana sembra una vicenda estremamente avanti per quegli anni.

In realtà allora era normale. Mia nonna era immigrata a Milano dalla provincia cremonese insieme alla sorella negli anni Trenta, ed è finita nel quartiere di Porta Volta, che ai tempi era davvero popolare. Facevano le guardarobiere. Come è spiegato in Primavere e autunni, l’incontro tra mia nonna e mio nonno avvene all’acquamarcia, dove la maggior parte dei milanesi si recavano per lavare i panni. Per pochi soldi, mia nonna e la sorella Angelina facevano il bucato per gli uomini soli, compresi i cinesi, e così galeotto fu il bucato.

Devi sapere che fino al 1960 non sono arrivate donne cinesi in Italia, e tutti questi giovani maschi cinesi—che erano prima venditori ambulanti e poi piccoli imprenditori —si sono accompagnati con donne italiane. Questo microcosmo italo-cinese esistito fino agli anni Ottanta è il mondo a cui apparteneva mia nonna, un mondo in cui le donne italiane erano parte integrante di questa storia migratoria. Agli uomini cinesi gli strumenti di integrazione li hanno trasmessi loro, sia sul lavoro che come dimensione privata: li hanno portati nelle loro famiglie, gli hanno insegnato i rituali sociali del mondo occidentale.

Wu Li Shan attraversa molte altre tappe europee prima di fermarsi a Milano: Amsterdam, Berlino, Parigi, Dresda… Eppure lui si ferma a Milano, ed è proprio a Milano che si stanzia una prima forte comunità cinese in Europa. Perché?

C.R.: Era questo che ci interessava scoprire. Perché è vero che il primo flusso rintracciabile di cinesi verso l’Italia passa da Torino, ma già una settimana dopo sono tutti a Milano, e tutti i cinesi che sono arrivati ancora fino agli anni Sessanta sono passati da Milano.

M.D.: Grazie alle ricerche del professor Brigadoi Cologna, abbiamo potuto scoprire che già nel 1904, alla Fiera operaia di Brescia, un commerciante cinese fu premiato per la qualità del suo tè e dei suoi bocchini d’osso. Veniva dallo stesso villaggio da cui arriverà mio nonno. Non era un migrante, viaggiava di fiera in fiera e probabilmente fu tra coloro che inserirono Milano nella mappa dei possibili mercati su cui esportare i prodotti cinesi.

Inoltre, a Milano nel 1906 si tenne l’Esposizione Universale del Sempione. La fiera era allestita proprio all’interno del Parco, sul limitare del quartiere di Porta Volta. La delegazione del Celeste Impero arrivò per inaugurare il Padiglione Cinese. È verosimile che i mercanti al seguito della delegazione trovarono alloggio lì vicino, in via Canonica appunto [una delle vie principali della Chinatown milanese]. Ma si inizia a parlare di migranti solo nel 1926. Ci sono motivazioni molto pragmatiche che spingono i migranti a spostarsi da una parte all’altra del mondo: per esempio a Milano le licenze di vendita ambulante potevano essere ottenute più facilmente che a Parigi o Torino.

Nella traduzione di Primavere e autunni in cinese alcune tavole sono state eliminate per motivi culturali e politici. Potete farci qualche esempio di cambiamenti che avete dovuto attuare sull’edizione cinese?

M.D.: In realtà ciò che è stato più esplicitamente censurato è quel che riguarda la Rivoluzione culturale, cioè tutta la parafernalia maoista che avevamo inserito nel fumetto italiano perché gli occidentali ne sono molto ghiotti, anche se nella vicenda di mio nonno che è uscito dalla Cina prima del 1920 e non ci è mai più rientrato l’esperienza maoista non era di fondamentale rilevanza. Le immagini riguardanti questo argomento—a partire da quelle sul Grande balzo in avanti, quelle degli slogan anche molto violenti, “Distruggere il vecchio mondo per creare un mondo nuovo”, quelle delle guardie rosse con il revolver in mano… Tutte queste pagine sono state tolte. Questo perché quel periodo, con i suoi esperimenti di ingegneria sociale e di collettivizzazione, non ha ancora una versione ufficiale nella storiografia nazionale.

C.R.: La copertina merita attenzione. Nella versione italiana avevamo scelto di mettere la coppia, a simboleggiare come questa sia anche una storia di integrazione. Mentre la stessa identica storia raccontata in Cina ha una copertina che mette in evidenza gli anni di lavoro, la fatica, lo spirito del buon cinese: lei è sparita, in copertina c’è lui da giovane e in quarta lui da vecchio.

Infatti mi chiedevo come fosse visto in madrepatria colui che lascia la Cina: pensavo fosse inteso come un ‘traditore’, ma a quanto mi sembra di capire da voi è una figura anche molto positiva, rivalutata.

M.D.: Fino all’altro ieri quelli che se ne andavano erano considerati alla stregua di capitalisti, borghesi, controrivoluzionari. Ma ora nei suoi discorsi Xi Jinping ripete ossessivamente la formula del “sogno cinese”, un po’ come una volta si diceva il sogno americano. E anche la figura dei cinesi d’oltremare in qualche modo viene ricondotta a questo—proprio adesso il partito sta facendo una campagna in tutto il mondo per rivalutare le esperienze dei cinesi all’estero: più sono antiche e mitizzate queste narrazioni più arricchiscono il sogno cinese.

Dagli anni Trenta a oggi, come sono cambiati anche i rapporti tra Cina e Italia, e come sono cambiati i flussi migratori e le loro dinamiche ?

M.D.: Fino al 1981 i cinesi in Italia non sono più di 700, nel 1991 sono già più di 21mila. Tra l’81 e il ’91 è quindi sicuramente successo qualcosa da entrambe le parti, sia in Cina che in Italia. Il primo ufficio consolare della Repubblica di Cina in Italia apre a Milano nel 1987, e quell’anno viene anche celebrato il primo Capodanno cinese in Paolo Sarpi, che poi diventerà una tradizione meneghina. Non è solo la prima volta che la festività si celebra in Italia, è la prima volta che si festeggia in tutt’Europa. È la prima volta che gli immigrati cinesi vengono fuori dai negozi, dai laboratori, dalle fabbrichette o dalle loro abitazioni e mostrano fieri l’emblema della loro cultura: il drago.

C.R.: Tra gli anni Ottanta e Novanta cambia il tipo di immigrazione: a parte i ricongiungimenti famigliari migrano proprio famiglie intere. Forse anche i pregiudizi sulla comunità cinese “chiusa” nascono allora, e sono dovuti al fatto che aumentavano i servizi in lingua cinese, per questo i migranti avevano sempre meno necessità di confrontarsi con la popolazione ospitante. Ma la situazione sta cambiando ancora, oggi, ci sono i cinesi di terza e quarta generazione, laureati in Italia, che aprono imprese di successo. È un ciclo vitale, ci si apre e ci si chiude, non vale solo per i cinesi, vale per tutti.

Primavere e autunni è disponibile in italiano sul sito di Becco Giallo (e su Amazon) e nella nuova edizione cinese da Dang Dang.

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