Chiacchiere letterarie su… Primavere e Autunni

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In queste ultime settimane sono stata colpevolmente assente qui sul blog, non solo per mancanza di ispirazione o di spinta a scrivere, ma anche e soprattutto per mancanza di tempo da dedicare in primis alla lettura stessa. L’approcciarsi della sessione pasquale, nonché un intenso periodo di masteraggio di giochi di ruolo (ebbene si, ammetto le mie colpe di nerd imperitura), mi hanno tenuta lontana dai libri e dal piacere di dedicare qualche ora consecutiva ad una delle attività più rilassanti e al tempo stesso intense che mi concedo. Non posso nascondere però che il mio allontanamento dalla lettura sia stato anche scatenato da una sequela di titoli poco interessanti e alquanto sfibranti che mi sono trascinata per tutto il mese di marzo, e che mi ha spinta ad aprile a lasciarmi tentare da letture più piacevoli e in qualche modo più immediate.
E così che sono giunta a Primavere e Autunni di Ciaj Rocchi e Matteo Demonte, una novità giunta sullo scaffale della biblioteca (novità in ritardo di qualche mese a dirla tutta), che mi ha attirata mentre girovagavo tra tante nuove letture promettenti. A conquistare il mio sguardo, come potrete immaginare, è stata la brillante copertina, così evocativa e perfettamente sintonizzata con l’ambiente naturale attuale; sfogliando le prime pagine ho realizzato che la mia curiosità e l’attrazione che quest’opera suscitava in me andavano ben oltre la bellezza grafica della copertina, così ho messo da parte il resto dei titoli che occhieggiavano dagli scomparti e mi sono portata a casa questo piccolo gioiello.

In realtà tutto questo è accaduto almeno due settimane fa, e in questo tempo il fumetto è rimasto poggiato sul mio comodino, in attesa di una sorta di propensione alla lettura che ancora faticava a ripresentarsi. Finalmente pochi giorni fa però sono riuscita a ritagliarmi quel momento di beatitudine letteraria al quale anelavo da un po’, e durante il fine settimana ho finalmente permesso a Primavere e Autunni di narrarmi la sua storia. E lasciate che ve lo dica, se c’è una cosa che questa graphic novel riesce a fare molto bene è proprio raccontare una storia; o meglio, ripercorrere gli eventi che hanno caratterizzato la storia di un’intera famiglia e della comunità in cui era immersa, permettendo al lettore di sentirsi parte integrante della narrazione. Così, fin dalle prime pagine facciamo la conoscenza di Wu Li Shan, un giovane cinese che nel 1931 lascia Qing Tian, il suo piccolo villaggio tra le montagne della Cina orientale, per giungere a Milano, una città agli albori del suo sviluppo commerciale ed industriale. Qui Wu inizia ad inserirsi nel tessuto sociale e soprattutto commerciale della città, diventandone a poco a poco un prezioso tassello, sia dal punto di vista imprenditoriale che da quello culturale. Wu infatti è capace negli anni non solo di distinguersi per le spiccate abilità nel commercio, ma anche di realizzarsi come portavoce di una nuova comunità di cinesi immigrati in Italia. A Milano infatti Wu sposa una giovane italiana, Giulia, e la loro famiglia inizia a stringere dei forti legami con le altre famiglie di immigrati della città, legami che si mantengono solidi per tutto l’arco di tempo in cui seguiamo le vicende della famiglia Wu.

Grazie alle vicende personali di questa famiglia, che altro non sono se non i parenti più diretti di Matteo Demonte, abbiamo la possibilità di seguire anche gli sconvolgimenti politici che investono l’Italia, dagli anni del fascismo al boom economico del ’70, e la Cina, i cui mutamenti drastici influiscono pesantemente sulla situazione legale di Wu Li Shan e di tutti gli immigrati cinesi che improvvisamente si vedono disconosciuti i documenti emessi da un governo non più esistente. È così dunque che partendo da una storia prettamente privata ci troviamo immersi in una storia collettiva di cui conosciamo molte parti, ma che al tempo stesso scopriamo nuova vedendola con gli occhi di coloro che ne hanno respirato gli effetti più diretti ed immediati.
Forse la storia in sé, questa alternanza di personale e collettivo che si sussegue tra le pagine, potrebbe creare da sola un ottimo romanzo storico, ma è lo studio grafico che c’è dietro che innalza Primavere e Autunni ad eccellenza; l’abilità di Demonte più evidente, oltre all’ispirazione stilistica e cromatica, è il saper armonizzare il linguaggio grafico a quello calligrafico; d’altronde siamo davanti ad uno studioso di lingua e cultura cinese oltre che ad un bravo disegnatore, e il talento di Demonte è soprattutto quello di far parlare i due linguaggi come se fossero un tutt’uno. Così può capitare di ammirare una tavola in cui il disegno più comune sfuma nei logogrammi, trasmettendo parte del messaggio attraverso il colore e parte attraverso le linee calligrafiche. Un effetto molto affascinante, che esalta ulteriormente la sensazione di comunicare direttamente con la comunità a cui appartiene la famiglia Wu.

A chiudere il volume, troviamo alcune interessanti riflessioni sul periodo storico in cui si sviluppa la storia, nonché racconti più personali dell’autrice (Ciaj, compagna di Matteo Demonte) e di uno degli zii del disegnatore, accompagnati dalle fotografie dell’epoca e da una disamina sull’impatto positivo che le comunità cinesi dell’epoca hanno avuto sulla nostra economia.
Una chiusura che funge quasi da richiamo, portavoce di un messaggio attuale all’epoca come ora: che l’apertura alle culture diverse dalle nostre è sempre fonte di ricchezza, anche e soprattutto spirituale.

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